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ANNO XXVII, N. 1/2020

Il sogno dell'analista

 

 

Editoriale

di Adriana Gagliardi*

 

 

Il tema “Il sogno dell’analista” di questo numero 1/2020 di Psicoterapia Psicoanalitica è stato pensato in un contesto sereno, non inquietante come quello che stiamo vivendo. Oggi ci troviamo a vivere in un tempo angoscioso e sconosciuto, insieme ai nostri pazienti e a tutta la comunità: il virus che reca la possibilità di morte ha cambiato la quotidianità alla quale eravamo abituati. Cambiano inevitabilmente anche i nostri sogni anche se le strade deserte e silenziose fanno pensare a un’atmosfera rarefatta e irreale che è quella dei sogni. Questo è un sogno estraneo al sognatore, la sua raffigurazione non appartiene alla “materia” del sogno, ci giunge dal reale.
Con la Redazione avevamo pensato, in un primo momento, di dedicare la sezione “Lector in fabula” della Rivista ad alcune riflessioni nostre, e anche di raccoglierne altre, su quello che tutti stiamo vivendo “in presa diretta” dentro di noi e con i nostri pazienti; ma poi ci siamo accorte che le nostre sensazioni-percezioni e riflessioni mutano quotidianamente e abbiamo pensato di dedicare tutto il prossimo numero di Psicoterapia Psicoanalitica a questa emergenza, per riflettere e pensare a come la pressione esterna ha cambiato il nostro modo di vivere e di sentire, a come si inscrive nel nostro setting interno e nel processo di cura con i nostri pazienti, mentre lo stiamo vivendo, ma anche al dopo, quando emergeremo da questo strano tempo e da questo strano sogno/incubo della veglia.
Abbiamo pensato, soprattutto, che è necessario un tempo reale lineare che si discosti dal tempo del trauma che stiamo vivendo, e che possa fare intravedere un’elaborazione possibile da condividere con i nostri pazienti e con i nostri colleghi. In altri termini, crediamo sia giusto stare sospesi e attingere a quella “capacità negativa” della quale tanto si è parlato negli scritti di psicoanalisi da Bion in poi: una “sospensione” praticabile per fare sedimentare le emozioni, i pensieri, le rappresentazioni che questo evento sta provocando in noi e nei nostri pazienti.
Ma torniamo al tema del numero, che sembra portatore di un principio di speranza. Nel momento in cui non si smette di sognare si dà “corpo” alla pulsione di vita contro quella di morte. Come sappiamo dalla nostra esperienza clinica, spesso il sogno, la capacità di sognare ad occhi aperti o nel sonno, inaugura una trasformazione e una comunicazione possibile a vari livelli all’interno del processo terapeutico.
Forse è nelle pieghe del percorso che tracciamo insieme ai nostri pazienti, il sogno dell’analista? Nel rintracciare un percorso possibile di vita, nel mistero soggettivo di due persone che s’incontrano e che cercano una verità condivisibile che sollevi dalla sofferenza.
“Vedere” il sogno, essere accecati dalla luce o dall’opacità del nostro essere e di quello dei pazienti, essere liberi di fare vagare la mente su altri tempi e su altri spazi in piena libertà, crescere come persona, andare con il pensiero e con le emozioni verso orizzonti sconosciuti: è forse questo il sogno dell’analista? Penso che ogni volta che incontriamo mondi sconosciuti, con interesse e passione, possiamo sentirci vivi, ogni volta che percepiamo il senso di qualcosa che appare indecifrabile e ci muoviamo nei misteri della nostra mente e di quella dei nostri pazienti.
Forse il racconto di Borges “LAleph”, tratto dall’omonima raccolta, può ben esprimere quello che sto scrivendo: nel punto in cui egli si descrive sdraiato sul pavimento di una cantina e ha una “visione” improvvisa, vede un punto luminoso in cui è racchiuso il mistero della vita dell’individuo e dell’universo. Gli appare una sfera roteante nella quale prendono forma tutte le immagini che fanno parte del mondo esterno e del suo mondo interno; una sfera luminosa piena di percezioni, attraverso le quali emergono memorie stratificate nel tempo, rappresentazioni in figura di tutta la sua vita e del vissuto del mondo che egli ricompone attraverso la sua immaginazione. Nel racconto, egli rimuove subito questo momento folgorante d’illuminazione, perché rappresenta la perfezione dell’essere, quello a cui tende la comprensione, e di cui si può possedere solo una momentanea percezione, attraverso questa visione.
Penso che la realizzazione del sogno dell’analista sia quella di riuscire a dare forma-percepire tanti aleph, uno per ogni paziente, ed augurarsi che ognuno diventi un punto di partenza, non di arrivo, di una “visione” differente. Il sogno dell’analista è forse quello di poter essere visionario, d’intravedere un futuro possibile attraverso l’immaginazione e che il “sogno” di comprendere il mistero della mente possa essere condiviso e diventare patrimonio comune anche della comunità scientifica di appartenenza.
Un punto di partenza di qualcosa che si “conosce”, ma che si dimentica e la cui consapevolezza si desidera riacquisire e recuperare giorno per giorno. I sogni ad occhi aperti o quelli che sopraggiungono nel sonno, sono la vita stessa del nostro pensiero, rappresentano la capacità di formare immagini, di desiderare, di essere vivi, di creare.
I lavori che leggerete in questo numero hanno un denominatore comune: cercano di reperire il senso dei sogni e, in modo soggettivo, essi raccontano dell’incontro tra due Inconsci, tra due Preconsci. Spesso ci si può chiedere leggendoli: a chi appartiene questo sogno?  Nel lettore si attiva un livello di fantasia e di immaginazione, immedesimandosi nel percorso dei processi terapeutici narrati. Così è la nostra rêverie, quella del lettore, a entrare in scena mentre tentiamo di comprendere le raffigurazioni che vengono descritte, in un rimando infinito che ci conduce a “visioni” e interpretazioni molteplici insieme agli autori.
Il lavoro di Fred Busch apre questo numero nella sezione “Lector in fabula”. L’autore sintetizza magistralmente i contenuti espressi nel suo libro The Analyst’ Reveries in Bion’s Enigmatic Concept (2019) e ci guida tra le concettualizzazioni della rêverie partendo da quella di Bion e dei post bioniani: è un testo pregevole e chiaro che ci è sembrato un incipit perfetto per il numero dedicato a “Il sogno dell’analista”. L’autore oltre a sottolineare la differenza teorica dei principali autori sulla definizione e l’uso della rêverie ne evidenzia la sua ricaduta nella clinica e ne rivela il suo uso personale. Il denominatore comune di queste concettualizzazioni, pur nella loro differenza, sta nell’importanza attribuita alla capacità di rêverie dell’analista nel processo terapeutico: essa inaugura la possibilità stessa dell’analista di comprendere qualcosa del paziente che prima era inconscia (sia per l’analista che per il paziente).
I saggi hanno come denominatore comune il sognare dell’analista di sé stesso e/o in relazione ai suoi pazienti e ci fanno riflettere, a vari livelli, sulla creazione e/o la co-creazione del sogno nel processo terapeutico.  Vorrei sottolineare come quasi tutti i lavori riportino le libere associazioni degli autori che attingono alle loro personali passioni nel campo letterario, nel cinema, nella musica, nell’arte: è impossibile dissociare i sogni dalle nostre passioni e dall’humus soggettivo nel quale sono cresciute. Dietro ogni creazione c’è un sogno e, d’altra parte, il sogno stesso è una creazione.
Nel saggio di Vincenza Laurora, “ ‘Doppio sogno’ dell’Analista:  dal controtransfert all’autoanalisi”, un sogno di controtransfert raffigura un filo rosso tra tre pazienti che hanno in comune un percorso di maternità eterologa:  un “doppio sogno” dell’analista e la sua elaborazione (il rimando all’opera di Schnitzler è denso di significati) differenzia le componenti del legame che si è creato tra analista e pazienti nel corso della cura e raffigura alcuni snodi della vita personale e professionale della terapeuta che mettono in rilievo il profondo intreccio emotivo, il senso della difficoltà a scrivere su di loro e a comprendere- assumere il ruolo che l’analista ha svolto nel processo di cura, attraverso l’incrocio delle identificazioni reciproche. Lungo una catena associativa che lega insieme esperienza personale, esperienza clinica e riferimenti teorici, l’autrice approda ad un’esperienza autoanalitica che la arricchisce.
Il lavoro di Anna Carla Aufiero, “L’estraneo in casa: il sogno, la rêverie, l’allucinatorio”, ci conduce nel mondo affascinante e misterioso delle trasmissioni, a vari livelli, tra i contenuti dell’Inconscio nel campo analitico. Questi scambi tra Inconsci avvengono su una linea immaginaria che va dal sogno, livello rappresentabile e simbolizzabile, alla percezione somatosensoriale espressione di elementi indigeribili e irrapresentabili.  L’incipit del lavoro ci conduce a “vedere” la mostra di Cinecittà allestita in occasione del centenario della nascita di Fellini: una mostra che si snoda in penombra in tre stanze e che ci fa collegare visivamente, proseguendo la lettura, all’ interessante descrizione dei casi clinici e, in particolare, allo “scambio” di Inconsci tra analista, paziente e supervisore. Così tra cinema, storia e letteratura si avanza lievi in catene associative che fanno pensare, attraverso la rêverie dell’autrice e il suo stato mentale, ai profondi contenuti di questo saggio.
Nella stessa atmosfera densa e onirica si colloca il saggio di Annalisa Curti, che affronta la problematica dei pazienti che non sono in grado di sognare e che inducono l’analista a “sognare i sogni non sognati”, quando è l’analista ad alimentare i “terreni desertici” della mente dell’altro con la sua immaginazione, attraverso la sua rêverie. La suggestiva metafora dei “Tell” siriani che emergono dalla sabbia del deserto, ben si raccorda al compito del terapeuta di portare alla luce la traccia di un’antica vita, germogli di vite sotterrati, “costellazioni di sopravvivenza”; ma è il grido delle Muse, una passione sepolta del paziente per il jazz, condivisa dalla terapeuta, ad essere il germe vitale che metterà in moto la capacità di sognare e a fertilizzare il deserto psichico. Così il sogno è associato all’atto creativo, perché la creatività, come il sogno, implica un’esplorazione in regioni ignote e il delirio delle Muse è necessario per fare uscire il desiderio, il fantasma dal suo solco.
I contributi dei lavori nella sezione “Scorci” ci fanno entrare nel vivo della clinica e nei sogni di transfert e di controtransfert del terapeuta, rivelatori del clima di scambio profondo tra terapeuta e paziente; le riflessioni che tentano una loro comprensione portano ad aspetti trasformativi nel processo terapeutico.
Monica Cante nel suo lavoro, “Sogni di controtransfert”, propone brevi vignette cliniche e interpreta i sogni come contagio psichico, mettendoli in relazione con la psicologia del transfert di Jung.
Raffaele Maisto nel suo lavoro, “Il sogno tra silenzi e parole”, parla dell’importanza del non verbale in seduta, dello scambio silenzioso e dei ritmi dello scambio, della prosodia del dialogo, tutti elementi che contribuiscono poi a co-creare i sogni e che rappresentano il “sensoriale” e gli aspetti più autentici della seduta.  Analizzando e dando significato a questi aspetti di contatto all’unisono con il paziente, si approderà alla capacità di sognare.
Maria Bove nel suo lavoro, “Il sogno dell’analista: quale sognare?”, delinea le varie funzioni del sogno, partendo da quella classica, fino a quella elaborativa dell’esperienza analitica che impegna entrambi i membri della coppia; descrive anche le diverse forme del sognare in seduta, ma anche fuori seduta. L’autrice, da un vertice teorico intersoggettivo, ci parla dell’enigmaticità dei sogni, sottolineandone la ricchezza sul piano trasformativo-simbolico.
Milena Cobelli chiude la sezione “Scorci”, descrive un caso clinico nel suo lavoro “Tracciando la rotta”. L’autrice riflette su un suo sogno, fatto all’inizio della terapia con un paziente, dapprima interpretato come sogno di transfert, ma che poi si rivela come una profonda comunicazione inconscia che ha una “funzione anticipatoria”, la quale traccia l’andamento del percorso terapeutico futuro.

Nella sezione “Istituzioni”, Fabio D’Amelia nel suo lavoro “La funzione di un sogno nel percorso formativo”, recupera il testo di un suo sogno fatto nel primo anno di formazione psicoanalitica, interpretandolo in après coup dopo anni, sia sul versante teorico della teoria del sogno che sul piano della sua crescita personale, individuando delle costanti nei suoi vari passaggi formativi come allievo lungo il training. Così appare l’importanza di una possibile interpretazione odierna che colloca il sogno di allora come una raffigurazione di ambivalenze e conflitti vissuti durante il percorso di identificazione con l’Istituzione di appartenenza, che gli permettono una riflessione sugli allievi in formazione.

Nella sezione “Riletture”, il lavoro di Anna Ferruta, “Una riflessione sul pensiero di Fachinelli”, traccia il percorso dello sviluppo psicoanalitico del pensiero di Elvio Fachinelli nel trentennale della sua morte, sottolineandone la modernità e l’ampliamento operato nelle concezioni classiche verso una visione dinamica del dialogo analitico. Egli è precursore del pensiero di Ogden, Ferro, Roussillon, Bollas, ed è stato capace di una “visione” futura del pensiero psicoanalitico.

Nella sezione “Intersezione”:
particolarmente denso e di grande interesse il contributo di Carlo Arrigo Umiltà “Le neuroimmagini: il sogno tradito del ‘riduzionista’?”. L’autore si interroga sul rapporto tra mente e cervello e sulla possibilità, attraverso le tecniche odierne di neuroimmagine, di “vedere” il cervello al lavoro. Con chiarezza dimostra quanto sia fuorviante credere che le funzioni mentali siano ascrivibili a precise aree cerebrali (modularità cerebrale). Anche se in alcuni casi si può fare ricorso alla teoria della modularità, risulterebbe difficile stabilire quali aree cerebrali siano attive con precisione mentre il soggetto sta svolgendo un compito; e anche quando si riuscisse a “localizzare” esattamente quale area cerebrale sia implicata in una funzione mentale, ciò non spiegherebbe quella funzione mentale. Questo è il sogno, ancora irrealizzato, del neuroscienziato.
La relazione tra psicoanalisi e musica, in particolare il blues, è il contributo di Andrea Giovannoni “La psicoanalisi e il blues: una strana coppia al confronto”. Molto ha a che vedere con l’evocazione sognante generata da questa particolare musica che tocca il processo primario del pensiero e favorisce lo sviluppo del pensiero onirico della veglia. Il blues viene descritto anche nei suoi aspetti più strutturali da un musicista, creando nell’autore delle analogie tra psicoanalisi e tessitura musicale, in particolare tra interpretazione e improvvisazione, tra il ruolo del setting e le 12 battute musicali di questa musica che si ripetono in maniera precisa e monotona, permettendo che al suo interno si sviluppi una narrativa (libere associazioni), improvvisata come le cinque scale pentatoniche.
Il numero ospita il report di Gianluca Biggio sul Convegno Nazionale della SIPP, che si è svolto il 29 e 30 novembre del 2019 a Milano sul tema: “Il diniego come comportamento sociale e individuale. Il ruolo della psicoterapia psicoanalitica”, e che ha avuto come ospite d’onore Nancy McWilliams e la partecipazione di Clara Mucci.
Il tema è stato affrontato da vari vertici di osservazione e si pone in continuità con il tema del Convegno nazionale SIPP del 2017: “Psicoterapia Psicoanalitica contemporaneità e percorsi di sviluppo”. Esso testimonia l’attenzione della nostra Società ai mutamenti storici e sociali e alla possibilità di dare risposte teorico-tecniche,  dal punto di vista psicoanalitico, che tengano conto di questi profondi cambiamenti.

Le recensioni, numerose e interessanti, chiudono come di consueto questo numero.

Buona lettura

S.I.P.P.

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