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Roma

Commento di Malvina Deraco

 

Titolo originale: Roma; Regia: Alfonso Cuaron; Genere: Drammatico -  Messico – Usa 2108;  Durata: 135  minuti; Con: Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Diego Cortina Autrey; 3 Premi Oscar: Miglior Regia, Miglior Film in lingua straniera, Miglior Fotografia; Sceneggiatura: Alfonso Cuaron;  Fotografia: Alfonso Cuaron; Montaggio: Alfonso Cuarón‎, Adam Gough

 

Roma è un film che incarna ed attraversa la storia, ma soprattutto ci racconta, senza sconti ed omissioni, la vita di un gruppo di donne. Per me Roma è un elogio alle donne. Allo stesso tempo, scena dopo scena, assistiamo alla sofferenza intima e nascosta del mondo femminile, quel dolore che a labbra serrate le donne gridano fin dai tempi più antichi. Il personaggio cardine è Cleo, balia e governante di una borghese famiglia Messicana proprio negli anni caldi dei tumulti politici. La giovane svolge il suo lavoro con abnegazione e dedizione. Con affetto ed amorevolezza si prende cura dei bambini di casa in particolare Pepe, che ad oggi magistralmente dirige la pellicola che narra la storia della sua infanzia. Simbolicamente Cleo rappresenta un sostituto materno amabile e gaudente, sempre disponibile ad elargire amore e tenerezza per i figli “dell’altra donna”: Sofia.  Lei è l’opposto di Cleo, una donna bella, colta ed altolocata, che seppur in affanno, adempie ai suoi compiti di moglie e madre. Tuttavia entrambe condividono lo stesso destino, senza saperlo. Cleo, da una parte vive una breve passione con Fermin, da cui aspetta un figlio. Purtroppo, il timido accenno alla gravidanza costa alla giovane l’abbandono del suo amato, tanto repentina, quanto subdola e maldestra.  Tuttavia Fermin è un uomo assoggettato al suo narcisismo, che usa Cleo per lenire, in quei brevi attimi di passione, le sue carenze affettive. Non c’è un incontro intimo, non c’è spazio per l’altro, se non per farne uso ed abuso per il proprio piacere. L’unico compito di Cleo è quello di rispecchiare la grandiosità di Fermin, come testimonia il momento in cui il giovane si esibisce in camera da letto, nudo davanti a lei solo per poterne raccogliere il suo plauso. Questo è un po’ quello che accade nelle relazioni da noi definite narcisistiche, in cui l’affettività, il calore e la vicinanza emotiva vengono esiliate per far spazio ad un Sé grandioso, così ipertrofico, da ingombrare da solo il talamo destinato ai due amanti. Mi sembra che tutto si giochi in nome del principio del piacere, l’azione è guidata dal processo primario, laddove l’atto sessuale viene selvaggiamente consumato e subito dopo dimenticato. Evocativa è la scena, più volte ripetuta, in cui la macchina del capofamiglia fatica ad entrare in garage, quasi a simboleggiare la violenza, qualcosa che intrude con forza e perturba il focolaio domestico. Cleo, gravida e sola, deve affrontare le conseguenze della sua gravidanza, in un contesto culturale arretrato e da una posizione sociale senza prestigio. Tuttavia soccorre in suo aiuto l’anti-Cleo, Sofia, che premurosamente la tiene a casa con sé, insieme al suo pancione. Ma anche Sofia è vittima di un maschile carnefice. Il marito, Il Dottor Spagnolo è un uomo assente nel corpo e nella mente, a tal punto da abbandonare la numerosa prole, senza né un cenno né un saluto. In realtà, seppur su piani diversi, Fermin e il Dottor Antonio si somigliano nella loro incuria, nella loro trasparenza e nel loro sordo abbandono. A questo punto l’unica scelta che le donne di Roma intraprendono è quella di andare avanti, comunque e nonostante tutto. Così Cleo nonostante la pancia che cresce continua a pulire la casa, ad amare i pargoli non suoi e a pulire il cortile dalla cacca del cane. Mi colpisce come la giovane balia adempi a quest’ultimo compito, quasi sentisse il bisogno di dover liberare quel cortile, destinato ai giochi dei bambini dagli escrementi del cane. Come se queste cacche rappresentassero quegli elementi beta, che ingombrano la mente e non lasciano spazio alla creatività e al germogliare del pensiero. E Cleo, da brava madre, sgombra simbolicamente, la mente dei “suoi” bambini.

Tuttavia, Roma ci insegna che il potere delle donne non è onnipotente. Per tutta la pellicola lo spettatore sembra restare con il fiato sospeso, come accompagnato da un presagio di morte. In effetti la morte fa la sua apparizione, ma non perché Roma sia un film tragico, ma proprio perché è un film che racconta la vita, e come sappiamo la Pulsione di Morte accompagna sempre la Pulsione di Vita. Eros e Thanatos governano la scena dal primo momento, così come dal primo momento abitano la nostra mente. Thanatos è lì sullo sfondo di ogni giorno e soprattutto quel 10 giugno del 1971. Questo è quello che accade quando la Pulsione di Morte manipola le menti, esercitando il suo potere a discapito della Pulsione di Vita. Vi è uno squilibrio tra le due forze, che si traduce in un attacco all’Io e al corpo sociale. Le strade sono cosparse di sangue, i corpi senza vita giacciono al suolo, mentre Cleo, non curante di tutto, compra la culla per il figlio che porta in grembo. Ancora una volta Eros e Thanatos si impongono nella scena. Tuttavia la morte ha la meglio. Essa vince quando Fermin, ormai vinto dal suo narcisismo di morte, attenta alla vita della sua stessa creatura, puntando la pistola al pancione di Cleo. In realtà il giovane fanatico attenta alla sua stessa vita, e simbolicamente vi riesce. Cleo si ritrova in sala parto, sola e disperata, dando vita alla sua creatura che nasce morta. A questo punto sembra che tutto sia perduto. Così, Cleo insieme alla speranza della vita perde anche la parola.  Difatti il piccolo Pepe con incalzante preoccupazione domanda “Cleo sei diventata muta?”. Ma ad un certo punto accade qualcosa. Per quanto Cleo sia spezzata, conserva il suo Eros, la sua spinta alla vita. Lo dimostra quando si getta tra le acque in mare aperto, senza saper nuotare, per salvare i bambini di Sofia. Forse la giovane con questo gesto eroico, quasi limite diremo, salva insieme ai suoi non-figli anche quella bambina mai nata da lei stessa partorita. Sembra che la protagonista risorga dalle acque verso una nuova vita.

https://youtu.be/OZCOKRUVVNU?t=42

Adesso è possibile tornare a casa.  Cleo, però non è più muta, anzi torna gravida di cose da raccontare all’amica. A mio avviso è toccante la scena finale in cui la casa è spogliata dai beni del consorte andato via. Mancano gli oggetti e soprattutto mancano le librerie che sorreggono i libri o meglio i racconti. Ma anche questa volta nulla è perduto. I libri, possono ancora esistere, possono giacere per terra, così come il pensiero non si arresta purché ci sia una mente, ben allenata, che continui a creare anche nell’assenza di chi dovrebbe sostenerla. Così la casa dopo l’abbandono del padre, è trasformata. Sono in trasformazione le stanze, i mobili e persino la luce che attraversa le finestre. Questo mi fa pensare a quello che Bion suggerisce per trasformazioni in analisi, ovvero la possibilità di saggiare di una nuova esperienza emotiva in una nuova realizzazione, senza che essa subisca deformazioni. E’ quello che accade in Roma, che accade a Cleo quando si congeda dal suo pubblico rivolgendosi alla sua amica dicendo “Ho un sacco di cose da raccontarti.” E’ anche quello che accadde in analisi con i nostri pazienti, quando oltre le sofferenze ed il dolore che ascoltiamo da loro, proprio come Cleo, hanno ancora tanto raccontarci.

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